Dialith – Extinction Six: Recensione

Extinction Six è l’album di esordio dei Dialith, band originaria del Connecticut, dedita a un progressive metal sinfonico con voce femminile. Lo stile della band fonde sonorità e soluzioni caratteristiche dei Symphony X fino a V incluso a quelle tipiche dei primi Nightwish con Tarja Turunen alla voce. Sono un grande fan dei Symphony X, ma mio malgrado non posso dire altrettanto dei Nightwish che, un po’ per il genere, un po’ per la produzione (tipica del genere, tra l’altro), mi annoiano all’istante. I giovani Dialith, grazie a una combinazione di gusto compositivo, abilità esecutiva e personalità, valorizzate da una produzione gustosa, centrano appieno l’obiettivo, tanto da rientrare in quella ristretta manciata di band che negli ultimi anni sono riuscite a catturare la mia attenzione sin dal primo ascolto.

Extinction Six non è esattamente una novità, essendo uscito ad Agosto del 2019, ma l’ho scoperto da poco sull’ottimo Angry Metal Guy, che ultimamente ho preso l’abitudine di spulciare in modo sistematico e che raccomando a tutti e 3 i miei lettori di aggiungere ai preferiti. A quanto pare, stando alle mie ricerche su Google, nessuna testata online italiana sino ad ora ha parlato dei Dialith: sembra che sia io il primo, e se da un lato mi sento onorato, dall’altro mi dispiace, perché è un peccato che la band americana non ha ancora avuto tutta la visibilità che merita.

Venendo all’album, innanzitutto merita una menzione la cover, davvero ben realizzata e che ho apprezzato particolarmente perché, con il suo stile di disegno e i colori, mi ricorda vecchie glorie delle avventure punta-e-clicca come Legend of Kyrandia, Simon the Sorcerer e Lure of the Temptress. La buona impressione estetica iniziale regalata da Extinction Six è stata fortunatamente bissata in sede d’ascolto. Non amo fare i track by track, preferisco dipingere le impressioni e le emozioni che l’ascolto suscita in me. Questa, inoltre, non vuole essere una disamina esaustiva di Extinction Six, ma una recensione in fieri, per quanto quello che segue è frutto già di svariati ascolti.

Almeno 3 cose mi hanno colpito immediatamente dopo aver toccato il pulsante play la prima volta: il gusto negli arrangiamenti, le melodie, la voce. I brani più tirati fanno tutti sfoggio di una ottima tecnica, che tende però ad arricchire le composizioni senza stancare l’ascoltatore con dosi di shred fine a sé stesso e già stra-sentito. Il vortice di note e orchestrazioni stratificate, tipico ormai di ogni release di progressive metal sinfonico, per una volta non mi ha attirato al suo interno solo per scaraventarmi fuori con violenta forza centrifuga, lasciandomi deluso e stordito, ma mi ha risucchiato fin dentro l’occhio del ciclone, dove regnano calma e contemplazione della furia degli elementi che ruggiscono tutto intorno.

Da anni trovo particolarmente arduo scovare nuovi album ben fatti di progressive metal sinfonico: dilagano tanto sfoggio di tecnica, poco cuore, poca personalità e canzoni che non sono memorabili neanche per sbaglio. Le produzioni super bombastiche e plasticose che vanno di moda adesso di certo non aiutano, appiattendo le dinamiche degli album e contribuendo a farli sembrare tutti uguali. Questo disco, invece, si distingue subito: diversi ritornelli strepitosi, riff ben costruiti, batteria trascinante e piene di groove, voce in possesso di adeguata tecnica e un timbro interessante. Anche la produzione gioca a favore del risultato finale.

In questo momento, ad esempio, sto ascoltando l’irresistibile “Break the Chains” con le mie cuffie preferite, le Beyerdynamics DT 880, collegate al mio ampli per cuffia valvolare, e la voce cristallina e vellutata di Krista Sion incanta. La produzione, ad opera del fondatore della band e principale compositore Alasdair Wallace Mackie, è superiore alla media e consente alla vocalist di sprigionare il suo calore da sirena ammaliatrice facendosi strada tra gli altri strumenti senza particolari sforzi. I suoni di chitarra e batteria sono puliti e potenti, senza risultare eccessivamente patinati. Orchestrazioni e cori, molto utilizzati, sono ben presenti nel mix, ma non risultano stucchevoli. Decisamente un ottimo lavoro in cabina di regia, dunque, verso cui muoverei giusto un paio di suggerimenti in vista del prossimo album: ricercare una dinamicità ancora superiore e dare alla voce ancora un pizzico di corpo in più.

Fatta eccezione per alcuni passaggi che trovo un po’ più indigesti (“Catalyst” ad esempio) o non particolarmente memorabili (i lenti), dall’intro strumentale fino alla lunga suite conclusiva l’album regala diversi momenti memorabili. Top songs per me sono: “The Sound of Your Voice”, “Where Fire Dwells”, “Break the Chains”, “Quiver of Deception”. Articolato senza essere cervellotico, orecchiabile eppure ricercato, tecnico e ricco di groove, famigliare ma dotato di sufficiente personalità: Extinction Six è un esordio di tutto rispetto per i Dialith, band giovane ed estremamente promettente. Se sapranno costruire su quanto di buono fatto fin qui, sono fiducioso che maturando ci regaleranno parecchie soddisfazioni.

Giudizio: Memorabile

Tracklist:

  1. Emergence
  2. The Sound of Your Voice
  3. Where Fire Dwells
  4. Libra
  5. Break the Chains
  6. Quiver of Deception
  7. The River Runs Dry
  8. In Every Breath
  9. Catalyst
  10. The Wraith
  11. Extinction Six


Lineup:

Mark Grey – Basso
Cullen Mitchell – Batteria
Alasdair Wallace Mackie – Chitarre (tranne #10), Orchestrazioni
Charles Woodruff – Tastiere, Chitarre (#10)
Krista Sion – Voce

Link:

Web: https://www.dialith.band/
Bandcamp: http://dialith.bandcamp.com/
Facebook: https://www.facebook.com/DialithBand/

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